Filosofia Della Musica
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23/01/2022

La musica come caleidoscopio

Nel Febbraio del 2017 Gary Chaffee, noto batterista e insegnante americano, insegnante dei noti batteristi Vinnie Colaiuta e Steve Smith mi insegnò un concetto molto interessante.

n foto, Gary Chaffee, noto batterista e didatta americano, maestro di batteristi quali Vinnie Colaiuta e Steve Smith

Il piatto ride racconta una storia, e nel frattempo dialoga con gli altri strumenti, in maniera molto simile al modo in cui le persone parlano.

Sono stato in un bel posto… Cosa è successo?… Ho visto questo, questo e quest’altro… Ma dai, deve essere stato molto piacevole… e così via…

Secondo lui, nella musica jazz, in generale, e nelle cellule che la compongono, nello specifico, i cosiddetti “pattern” o “disegni musicali”, ci si trova di fronte ad un “caleidoscopio“.

Ma iniziamo con ordine, in quanto si tratta di un concetto molto denso e profondo.

Cosa sono i “pattern” o “disegni musicali”? Si tratta di sequenze determinate di movimenti degli arti.

Un esempio è il “paradiddle” per un percussionista. Nel caso del paradiddle si tratta di un gruppo di quattro note suonato in serie: la sillaba “pa” indica il primo colpo singolo con l’arto “A”, la sillaba “ra” il secondo colpo singolo con l’arto “B”, e la parola “diddle” un colpo doppio con l’arto “A”. La sequenza può ripetersi al contrario partendo dall’arto “B”.

Se, quindi, gli arti in questione sono la mano destra (D) e la mano sinistra (S), il pattern sarà “DSDD / SDSS”.

Un esempio di “pattern” o “disegno musicale”: il paradiddle.

E cos’è il caleidoscopio?

Negli anni ’90 si trovavano spesso caleidoscopi come “sorpresa” nei pacchetti di patatine o nelle uova di Pasqua commerciali.

Si tratta di uno strumento ottico, la cui invenzione viene attribuita allo scienziato Scozzese David Brewster (1781 – 1868) nel 1815. Due o più specchi vengono rivolti l’uno verso l’altro, solitamente all’interno di un tubo, formando una figura geometrica.

Immagine dello scienziato Scozzese David Brewster (1781 – 1868), l’inventore del caleidoscopio.

In un’estremità del tubo sono presenti degli oggetti, normalmente pezzi di vetro o materiale colorato, trasparente o opaco. Nell’altra estremità c’è il punto di vista dell’osservatore, che può vedere dei disegni simmetrici regolari (pattern) per via del riflesso ripetuto degli oggetti tra gli specchi situati nella parte opposta. Roteando il caleidoscopio, si muovono anche i materiali e il risultato è un disegno che cambia di continuo.

Il significato del termine si trova già nella sua etimologia. La parola deriva dal greco antico, per essere più precisi: dall’aggettivo “καλός” (kalós) “bello“; dal sostantivo “εἶδος” (eîdos) “figura, forma” – termine a sua volta derivato dalla radice “ἰδ” dell’aoristo del verbo “ὁράω” (orào) “vedere”, molto noto in filosofia perché ampiamente utilizzato da Platone per descrivere “le forme visibili”, le famose “idee”, traduzione italiana che però non rende immediatamente il significato originale del concetto greco – e dal verbo “σκοπέω” (scopéo) “osservare“.

Esempio della serie di immagini proiettate da un caleidoscopio.

Così come in un caleidoscopio, in un pattern musicale c’è un centro e una variazione: muovendo un certo pattern sullo strumento, si ottengono diversi colori, disegni e variazioni.

E la stessa cosa succede, più in generale, nell’improvvisazione jazz: si ha un tema originario, un centro, dal quale poi nascono variazioni, che però utilizzano gli stessi elementi concettuali, ossia il tema e le sue parti; e fisici, gli arti utilizzati e le componenti dello strumento, che per un batterista saranno i diversi tamburi o piatti o le diverse zone in cui ognuno di questi singoli strumenti viene colpito, mentre per un chitarrista saranno i tasti e le corde da suonare con le dita o col plettro; e per un pianista saranno i tasti del pianoforte; e così via.

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