Filosofia Della Musica
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27/11/2021

Maturità musicale: destino o scelta?

Come dicevamo in un’articolo precedente, grandi musicisti professionisti hanno raggiunto la maestria grazie alla quantità di ore passate a praticare e perfezionare la propria arte. Anche la qualità, però, ossia il modo in cui lo hanno fatto, è stata di fondamentale importanza.

Quantità e qualità di ore passate a suonare sono elementi a loro volta influenzati da altri fattori: da una parte le contingenze di vita, ossia l’ambiente, le risorse e il periodo storico in cui si cresce; dall’altra la loro volontà di arrivare ad un certo livello.

Qui si apre una questione filosofica, in quanto esistono posizioni estreme, una che nega completamente la volontà in favore della centralità delle contingenze di vita. E l’altra che fa l’esatto contrario, ossia riduce al minimo il ruolo dell’ambiente e pone la volontà al centro di tutto.

Qui si apre una questione filosofica, in quanto esistono posizioni estreme, la prima che nega completamente la volontà in favore della centralità delle contingenze di vita. Una visione “deterministica”, in quanto certe cause determinano necessariamente certi effetti.

Qui si apre una questione filosofica, in quanto esistono posizioni estreme, la prima che nega completamente la volontà in favore della centralità delle contingenze di vita. Una visione “deterministica”, dove certe cause determinano necessariamente certi effetti e il finalismo non trova posto.

Ritratto di Friedrich Nietzsche (1844 – 1900)

La seconda posizione, all’altra estremità, fa l’esatto contrario: riduce al minimo il ruolo dell’ambiente e pone al centro la volontà. I sostenitori di questa teoria credono nel libero arbitrio, o meglio – per dirla con Immanuel Kant (1724 – 1804) – nella capacità dell’uomo di porsi dei fini, il cosiddetto finalismo, di invertire cioè il rapporto causa-effetto tipico del determinismo. In questo caso, infatti, l’effetto esisterà cronologicamente prima della causa, nell’intenzione dell’agente, e la scelta di causare un certo effetto verrà solo successivamente, dopo la rappresentazione dell’intenzione da parte dell’agente.

Chi rifiuta l’idea dell’esistenza della volontà sostiene che le nostre scelte sono semplicemente il risultato di una catena di eventi che ci ha necessariamente portato a fare quello che abbiamo fatto, e non avremmo potuto fare altrimenti: abbiamo l’illusione di muoverci e scegliere, ma in realtà non ci muoviamo o scegliamo di nostra spontanea iniziativa, ma ci illudiamo di farlo allo stesso modo in cui una pietra scagliata crede di muoversi da sé.

Questa teoria, presente in Democrito (460 a.C. – 370 a.C.), nella mitologia dell’antica Grecia – e successivamente sposata da filosofi come Baruch Spinoza (1632 – 1677) e Friedrich Nietzsche (1844 – 1900) – è sostenuta oggi da Umberto Galimberti.

Chi invece dà estremo potere alla volontà crede che sia possibile andare oltre tutto ciò che ci ha condizionato ed influenzato. Questa teoria era stata esposta dal romano Appio Claudio Cieco (340-273 a.C.) e fu particolarmente fortunata nel Rinascimento: l’uomo è artefice del proprio destino (homo faber ipsius fortunae).

La troviamo anche in Immanuel Kant (1724 – 1804) ed è fortemente sostenuta oggi da praticamente tutti i moderni “life coaches”, i cosiddetti “maestri di vita”, autori di saggi su temi legati allo sviluppo personale (self-help, personal development), dagli inventori e i seguaci della Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), come Tony Robbins, per esempio, per citarne uno tra i tanti.

Ritratto di Immanuel Kant (1724 – 1804)

Quest’ultimo punto di vista è quello che ha avuto più successo oggi. E sicuramente per il fatto che gli uomini vogliono sentirsi padroni del proprio destino e non vittime del fato, capaci di cambiare il proprio presente e il proprio futuro per vivere la vita che sognano.

Ad ogni modo, non significa che chi è fatalista e crede nel destino e nella necessità è condannato ad un destino di miseria e fallimento.

Posso credere, per esempio, di essere destinato ad essere il miglior batterista al mondo, e per questa ragione magari mi impegnerò inconsapevolmente con anima e corpo in quello che faccio, perché credo fortemente che questa è la mia missione nel mondo.

Dall’altro lato posso credere di essere stato sfortunato, perché ho iniziato a studiare tardi e i miei vicini mi hanno sempre impedito di suonare la batteria, quindi non riuscirò mai a raggiungere il livello musicale di chi ha iniziato a suonare a tre anni, con genitori musicisti ed una sala prove completamente a disposizione 24 ore su 24 con la strumentazione migliore, e magari mi rassegnerò all’idea che non ero destinato ad essere musicista.

O magari, posso ancora credere che il mio destino era essere un grande musicista nonostante le difficoltà e le contingenze sfavorevoli.

E, allo stesso modo, credere nell’onnipotenza della volontà potrebbe non portarmi necessariamente ad avere un grande successo e ad essere il migliore musicista al mondo.

Sui concetti di “migliore” e “di successo” (in inglese “successful”), poi, si aprirebbe un altro capitolo gigantesco, perché stiamo utilizzando aggettivi che esprimono giudizio e ci fanno entrare nel mondo della relatività.

E questo modo di descrivere, diffuso anche nel mondo dell’arte e della musica, è ormai diventato caratteristico di una società occidentale fondata sul bisogno di dominare e vincere sugli altri attraverso un uso indiscriminato della razionalità.

E un utilizzo simile di questi aggettivi altro non è se non il sintomo di un problema culturale,derivato linguistico di una società egoista, caratterizzata cioè dall’onnipresenza di un ego che separa le persone mettendole le une contro le altro, creando gerarchie e snaturando il significato originario della musica, che nasce invece per comunicare, unire gli uomini dal punto di vista spirituale ed eliminare le gerarchie.

I concetti di crescita e di maturazione, al contrario, potrebbero essere già più adatti e neutrali per descrivere il percorso di un musicista, in quanto indicano processi organici di sviluppo degli esseri viventi e si richiamano al significato originario della musica come vita.

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